Tra le varie reazioni di questi giorni alla notizia del progetto, ce n'è una che mi ha dato da pensare più delle altre. Una persona mi ha chiesto: "perchè fuggite? proprio ora che c'è così tanto da fare, anche a Bergamo, ve ne andate?".
Per me non è una fuga. Ci sono tanti aspetti positivi nel vivere qui, la vicinanza di amici e genitori, un lavoro gratificante, un rete di conoscenze e punti di riferimento, le montagne. Non credo che stiamo fuggendo. Stiamo mettendo un mattone di quel sogno grande che abbiamo di vivere in semplicità, più vicini a quello stato naturale e selvatico che ogni tanto abbiamo respirato stando nei boschi, dormendo tra gli alberi, nel silenzio notturno interrotto solo dalla civetta e dal ghiro. Di adeguarci ai ritmi della natura seguendo quelli delle semine e della raccolta. Di stare più tempo all'aria aperta che tra quattro mura. Di muoverci, usare il corpo per lavorare, sentire la fatica nei muscoli della gambe e delle braccia. E poi di incontrare persone, crescere nella comunicazione empatica, fare esperienza dell'altro, scoprire approcci e stili di vita. Per fare questo abbiamo bisogno di lasciare la città. C'è da fare ovunque, in città, nelle valli, in campagna. E anche in città si possono fare cose bellissime, orti urbani, attività di resistenza, l'associazione di Venezia
Spiazzi, che ha organizzato il Dragon Dreaming, è un esempio interessantissimo.
Ma ora è il "richiamo della foresta" a prevalere e non possiamo più ignorarlo.
No, non è una fuga. Si conclude una fase. Quella del sognare e del pianificare. Entriamo nella fase del fare. Abbiamo trent'anni e il futuro è qui. Vogliamo realizzare la nostra visione.